Riflessioni sulla formazione delle famiglie accoglienti
Nel momento in cui si richiede alle associazioni impegnate nel volontariato e nei soggiorni dei bimbi stranieri nel nostro paese, di non lasciare quale lettera morta l’obbligo formativo delle famiglie, mi sembra opportuno richiamare l’attenzione sull’iter formativo degli stessi psicologi che verranno ad essere indicati quali punti di riferimento da parte delle singole associazioni. Forse non è così chiara la figura dello psicologo e la rappresentazione del suo operato, “contaminata” com’è dai “tuttologici” interventi dei soliti, e ormai ben conosciuti, “psicologi televisivi”.
Il rapporto con i bimbi stranieri dovrebbe deontologicamente presupporre, da parte dell’operatore, quanto meno, una buona conoscenza della cultura d’origine dei fanciulli, poichè secondo me non ci si può giustificare affermando che tali bambini, dopo pochi mesi di soggiorno, sono in grado di esprimersi in italiano, giacché il lavoro dello psicologo è fondato sulla parola e sulla codifica e decodifica del messaggio, il quale contiene anche un’importante componente non-verbale profondamente inscritta nella cultura di origine del fanciullo e che non può essere interpretata (col rischio di essere fraintesa) da chi nulla o poco ne sa. Nelle valutazioni psicodiagnostiche, in egual modo, viene interpretato il materiale che il paziente fornisce (disegni, diari, ecc.). Nel lavoro con i bambini, inoltre, tutto questo diviene di fondamentale importanza là dove si deve sceverare quanto appartiene effettivamente al mondo emotivo dei fanciulli e quanto è stato suggestionato dal mondo esterno. Ciò si fa più difficile là dove il bambino appartiene ad una cultura diversa con specificità e particolarità che sono anche linguistiche e comunicative (per esempio la comunicazione delle emozioni). Proprio questa parte, secondo me, è venuta a mancare nella gestione italiana dell’arcinoto caso di Vika-Maria.
Nel quale, ricco di risvolti psicologici e giuridici particolarmente delicati, brilla l’assenza, per quanto mi consta, anche della figura del mediatore culturale, figura professionale ormai divenuta consueta e sempre più spesso coinvolta dalle ASL e dalle scuole per vicende molto meno significative e complesse di questa.
Per quanto riguarda l’intervento dello psicologo con le famiglie accoglienti vi sarebbe da auspicare che queste potessero ricevere una formazione improntata, non semplicemente ad una libresca conoscenza della psicologia dell’età evolutiva, del bambino istituzionalizzato o del percorso dell’adozione, cui le famiglie spesso rispondono con il disinteresse celato dall’affermazione standard “Con l’amore e il buon senso si superano tutte le difficoltà”, ma il percorso formativo dovrebbe poggiare anche sull’apprendimento di qualcosa di nuovo che spesso molti uomini di cultura (compresi alcuni colleghi) tendono a sottovalutare: la presenza delle differenze. Oggi si tendono ad enfatizzare i punti di somiglianza tra i popoli forse non considerando che il senso di condivisione di una comune umanità e l’uguaglianza del cittadino nei propri diritti e doveri di fronte allo stato, a prescindere dal sesso, etnia e religione, non esclude affatto le differenze. La valorizzazione di queste, non la minimizzazione, o, come nel caso delle adozioni o accoglienze internazionali, il rispetto e la tutela di quelle radici del fanciullo sviluppatesi in una “terra” diversa, dovrebbero, secondo me, improntare l’opera degli psicologi referenti delle associazioni in oggetto invitandoli ad una stretta collaborazione con il mediatore culturale.
Ci stiamo avviando ormai verso una società multietnica e multiculturale, l’etnopsichiatria, l’etnopsicanalisi, la psicologia culturale segnano una via di sviluppo delle scienze umane, costituendo un solido punto di riferimento teorico che fornisce anche validi strumenti interpretativi.
Anche in psicologia la lista delle specializzazioni è veramente lunga per cui non ci si dovrebbe improvvisare analisti o psicologi forensi o del lavoro oppure dell’emergenza, senza che nulla nel proprio percorso formativo giustifichi un tale approccio, non si capisce allora perché, all’area del lavoro con gli stranieri, abbia accesso chiunque, pur essendo questo un campo specialistico nel quale conta la formazione, l’esperienza personale e la sensibilità acquisita.
Latitando le indicazioni delle istituzioni ci guidi il nostro buon senso, in soldoni: a chi verrebbe mai in mente di prenotare una visita da un ortopedico per curare un mal di gola?
Larissa Sazanovitch
Psicologa responsabile del Centro di Psicologia Italo-Russo
www.centropsyitru.it